Studi Strategici ed Intelligence... for dummies
E' strano, ma una cosa, nonostante il tempo, è rimasta immutata: il senso di rilassamento e... leggerezza che mi si scatena ogni qualvolta penso all'ipotesi di comprare casa alle Eolie.
Panarea, soprattutto, e Stromboli.
La sola ipotesi di poter trascorrere, quando mi va e posso, un fine settimana in uno di questi posti...
... mi rilassa e mi mette di buon umore !!!
... non sono riuscito a festeggiare il Capodanno alle Eolie.... sgrunt !!!!

Mi dovrò accontentare di guardare qui e qui i festeggiamenti...
Chi sa spiegarmi perchè il nuovo Presidente della Repubblica ha interrotto quella bella tradizione, voluta dal Presidente Ciampi, del Concerto di fine d'anno al Quirinale ??? 

Lo allego senza averlo letto.
In due articoli pubblicati oggi il ruolo del Pentagono nell'attuale crisi somala: Molinari su La Stampa e Gaiani su Il Sole 24ore.
Un'analisi della Stratfor
Open Warfare in Somalia
The tensions in Somalia between the forces of the Supreme Islamic Courts Council (SICC) and the interim government and its Ethiopian backers broke into open warfare as Ethiopian forces launched airstrikes against SICC positions in several locations on Sunday and Monday and began moving ground forces. The attacks came a month after Ethiopian Prime Minister Meles Zenawi called Somalia's Islamists a clear and present danger during an address to parliament. In the intervening weeks, both sides have maneuvered for better position before the end of the rainy season.
The outbreak of fighting was far from unexpected. As we noted in October, both sides began preparing for a showdown after it became clear there was no room for a negotiated settlement between the SICC and the interim government -- not as long as Ethiopia determined the SICC was a threat to its own security. By November, the battle lines were being drawn as the SICC made a final push to claim territory while significant Ethiopian reinforcements were delayed by the flooding due to the annual Deyr rains.
With the rains over and the ground drying up, the inevitable Ethiopian strike has now come. In the initial push, it appears the SICC front lines are starting to falter as Ethiopia brings better-trained and better-equipped military forces to bear. SICC forces reportedly have abandoned the central city of Beledweyne (initially taken by SICC forces in June) after fierce ground fighting with Ethiopian forces; Somalian transitional government forces, backed by Ethiopian equipment and fighters, have pushed back SICC forces in Idaale, Jawil and Bandiiradley.
But the initial push is not necessarily a reflection of the conflict to come. The SICC has not gained territory as much by fighting as by making arrangements with local warlords and village leaders, and by capitalizing on popular dissatisfaction with other warlords and the general lack of security and stability. The SICC forces are not structured for conventional military-to-military warfare; they lack heavy equipment, organization and training. However, they are structured for insurgency and guerrilla warfare -- and if Ethiopia is unwilling or unable to make the commitment of forces and time to ensure the security and stability in Somalia, the interim government certainly is in no position to make the same guarantees.
What is shaping up is a battle in which the Ethiopians push the buffer back farther from their border, and carry out long-range strikes on Mogadishu in an effort to stem the flow of foreign weapons and fighters to the SICC as well as return the country's areas of control to their pre-June position. On the SICC side, there is now an open call for foreign fighters, both from Ethiopian rival Eritrea and from foreign jihadist fighters, something the SICC has flirted with, but will now seek without concern for international considerations. Earlier moves by the SICC to reshape itself as a political force with minimal religious goals are no longer valid, and the SICC is openly seeking foreign Islamist assistance.
This has the potential to create a shift in the dynamic of the international Islamist militancy. While Iraq has been the focal point of international recruiting and volunteering for Islamists seeking a place to fight for their cause, Somalia is shaping up as a new center for international fighters. This could begin to reduce the flow of fighters into Iraq and Afghanistan. But it also creates a location where Western forces are extremely unlikely to intervene, unlike the steady presence of U.S., NATO and allied forces in Afghanistan and Iraq.
With the interim government unable to fully control Somalia even with the assistance of Ethiopian forces, Somalia becomes a prime area for al Qaeda and other Islamist forces to train, rest and recruit -- something that neither Afghanistan nor Iraq currently provide beyond the realm of tactical battlefield training. This makes the conflict in Somalia extremely important for Washington, but history and current priorities make active involvement highly unlikely. Thus, Washington will offer increasing levels of support to the Ethiopian forces and attempt to revive the warlords in Somalia.
There is one more immediate concern for the United States. The conflict in Somalia is serving as a proxy war for Ethiopia and Eritrea. As it continues, direct fighting between Addis Ababa and Asmara could break out. And this raises security concerns for U.S. operations in the Horn of Africa, which are based out of Djibouti, squeezed between Eritrea, Ethiopia and Somalia.
di Andrea Nativi, pubblicato su Il Giornale del 22 dicembre
Anche l'Italia entra nel ristretto club del Grande Fratello. Il nostro primo satellite spia sarà presto in orbita. Si tratta del Cosmo SkyMed, un satellite da osservazione terrestre realizzato da Alcatel Alenia Space per conto dell'Asi, Agenzia Spaziale Italiana, e del Ministero della Difesa. Nei giorni scorsi sono stati firmati i contratti con la Boeing, che fornirà i vettori spaziali Delta II che porteranno in orbita i satelliti.
Il primo lancio avrà luogo probabilmente a maggio dal poligono spaziale militare di Vandenberg, in California; il secondo avrà luogo nell'ultimo trimestre del 2007, forse già ad ottobre. Altri due satelliti saranno lanciati nel 2008 ed è in corso la selezione dei vettori spaziali, con il lanciatore Boeing Delta favorito rispetto al russo Soyuz.
La costellazione Cosmo SkyMed comprenderà cinque satelliti. Tre erano già stati finanziati con un contratto stipulato nel 2003, la realizzazione del quarto satellite è stata autorizzata nei giorni scorsi, grazie ad un accordo tra Asi e Difesa, ad un costo complessivo di quasi 170 milioni di euro, compreso il lancio e il periodo iniziale di sperimentazione in orbita. Un quinto satellite, realizzato con il programma Sarbina, ha invece iniziato la fase di progettazione a novembre, ma non sarà pronto per il lancio prima del 2010.
Il costo complessivo del programma non sarà alla fine inferiore a 1,2 miliardi di euro. Il progetto è stato avviato nel 2001, quando era presidente del Consiglio Giuliano Amato, poi è proseguito con il governo Berlusconi ed ora toccherà a Prodi concludere l'operazione. Che sicuramente susciterà qualche polemica interna alla maggioranza e le proteste di quelle frange che si oppongono regolarmente a qualunque progetto militare.
Forse Cosmo SkyMed passerà indenne, perché viene ufficialmente presentato come sistema duale, cioè con applicazioni civili e militari. Le applicazioni civili consistono ad esempio nella prevenzione di calamità naturali, mappatura del territorio, monitoraggio ambientale. Ben più interessanti quelle militari: grazie ai suoi sensori radar i satelliti Cosmo, orbitanti intorno alla Terra con un'orbita eliosincrona ad una quota di circa 600 km, potranno tenere sotto controllo l'intero globo: sarà possibile passare su uno stesso punto almeno due volte al giorno ed ottenere immagini di giorno come di notte. I tempi di risposta saranno rapidissimi: anche meno di 6 ore dal momento della richiesta. E gli «occhi» radar del satellite sono molto acuti. Le immagini possono avere una risoluzione massima di poche decine di centimetri. Questo vuol dire distinguere due oggetti o persone praticamente a contatto.
Proprio questa eccezionale (per un satellite radar pesante appena 1.700 kg) capacità ha reso un po' nervosi anche molti Paesi alleati, come gli Usa, che hanno raccomandato una certa discrezione nell'impiego dei nostri satelliti. Indubbiamente grazie ai Cosmo, che hanno una vita operativa stimata in 5 anni, la difesa italiana disporrà per la prima volta di una vera capacità Imint (Image intelligence). Fino ad oggi la Difesa ha sfruttato le immagini scattate dai satelliti spia ottici francesi Helios 1 (con una quota nel programma del 14%) ai quali fanno seguito i nuovi Helios 2 (quota del 2,5%) con capacità anche notturne. La collaborazione con la Francia nello spionaggio spaziale continuerà, perché già dal 2001 si è deciso uno scambio: Parigi avrà accesso alle immagini radar dei satelliti italiani, in cambio Roma potrà utilizzare le immagini scattate dai nuovi satelliti spia ottici francesi, i 2 Pleiadi.
Del resto la corsa al satellite spia non è certo una esclusiva italiana o francese: la Germania ha appena lanciato, utilizzando un vettore russo Cosmo3M, il primo dei suoi cinque satelliti radar spia SARLupe e gli altri quattro seguiranno nei prossimi due anni. E chi non si può permettere un proprio sistema cerca di negoziare l'acquisizione di immagini satellitari intelligenti da chi le ha: è il caso di Svezia, Austria, Spagna, Belgio e Olanda.
Indizi di una revisione strategica israeliana in un articolo di Fiamma Nirenstein, su Panorama di questa settimana, ed in un articolo pubblicato il 18 su Haaretz.
Idealmente collegato all' articolo di Ferguson, un breve paper di Daniel Goure e Loren Thompson del Lexington Institute.
The Nation Needs a Bigger Army
Remember the optimism that greeted the new millennium? Communism was a fading memory,
That golden age when philosophers thought history might have ended and armchair strategists thought air power could police the world is now long gone. Like most golden ages, it was short-lived. The first decade of the new millennium will be remembered for 9-11, the launching of a global war on terror, and the grinding counter-insurgency campaign in
Wrong. The active-duty Army today numbers 507,000 soldiers, barely five percent bigger than it was before 9-11. The wars in
In the near term, the Army has little choice but to request that personnel policies be adjusted to allow greater access to the Guard and Reserve (as Army Chief of Staff Peter Schoomaker proposed last week). But that is a stop-gap. Over the longer term, it is obvious the nation needs a bigger active-duty Army. Not just the 20,000-30,000 increment that might have been useful in supporting a surge of troops to stabilize Baghdad, but an increase sizable enough so the Army can do other things at the same time -- like cope with a new outbreak of violence in Afghanistan or Korea or the Balkans. The right number is probably in the 80,000-100,000 troop range, which would add $10-12 billion in personnel costs to the Army's annual budget, and additional billions for equipment and infrastructure.
Neither of us likes recommending this increase. We have both resisted increasing the size of the Army in the past. But unless the American people are prepared to accept defeat in
Pensieri in libertà sulla situazione in Libano.
Ho quasi timore a dirlo ma credo si possa affermare che al momento il progetto degli Hezbollah, eterodiretti da Iran e Siria, e cioè il collasso del Governo di Siniora, sia fallito.
Sarà interessante, nelle prossime settimane, studiarne il motivo.
Cos'ha inciso nel processo decisionale degli attori in campo. Se la presenza di (ridotte) forze ONU nel sud del Paese, se l'appoggio di USA ed Europa al Governo o se c'è altro in ballo.
Sempre dello storico Niall Ferguson, dal Corriere del 15 dicembre
«La persuasione comporta sia premi che sanzioni - ebbe una volta a rimarcare Henry Kissinger -, quindi c' è un elemento di implicita coercizione». La scorsa settimana, è stato dato alle stampe un capolavoro della persuasione. Qual è, però, il pubblico da persuadere? E con quale bastone? Con quale carota? La maggior parte degli osservatori ha interpretato il rapporto dell' Iraq Study Group come una ben infiorettata ammissione di sconfitta. E, come prevedibile, tale è stata anche la reazione del presidente Bush. «Io... sono convinto che vinceremo - ha dichiarato giovedì ai cronisti -, abbandonare il Paese ora è il modo migliore per garantire il fallimento» Chiosando una delle raccomandazioni-chiave formulate dal rapporto, inoltre, Bush ha auspicato senza peli sulla lingua che Iran e Siria «non si scomodino a uscire allo scoperto» per intavolare negoziati sull' Iraq se non «comprendono il proprio impegno a non finanziare i terroristi» e se gli iraniani non «daranno prova della sospensione del programma di arricchimento dell' uranio». Eppure, chi si scomodasse a leggere attentamente il rapporto dello Study Group - invece di dare una scorsa fugace all' executive summary -, vedrebbe che esso né propone di «lasciare» l' Iraq, né ripone alcuna concreta speranza nell' aiuto di Iran e Siria. Anzi, va nell' opposta direzione. Nell' arena delle grandi scelte strategiche, la persuasione è più questione di arte retorica che non scientifica. Il primo passo fondamentale consiste nell' identificare il pubblico-target cui ci si rivolge. La maggior parte di quanti hanno letto il rapporto è convinta che esso sia indirizzato al presidente Bush. Sbagliato. Il primo destinatario è il Congresso, e soprattutto la nuova maggioranza democratica in entrambe le Camere. E l' obiettivo non è persuadere un presidente testardo a riconoscere la sconfitta. Piuttosto, persuadere i legislatori che il ritiro dall' Iraq - indipendentemente dai desiderata dei loro elettori - non è tra le opzioni sul tavolo. Altro destinatario privilegiato, i governi arabi nello scacchiere mediorientale. Per loro, il messaggio è lo stesso: ciò che più dovete temere è l' uscita di scena degli Usa dalla regione. In secondo luogo, il persuasore deve prospettare sviluppi futuri inquietanti qualora le proposte e misure avanzate non venissero adottate. Lo scenario più nefasto abbozzato dall' Iraq Study Group è quello di cui scrivo dallo scorso febbraio: «Conflitti settari, escalation della violenza e un' involuzione nel caos» che porteranno al «collasso del governo iracheno e a una catastrofe umanitaria». Ecco i passaggi più importanti dell' intero rapporto: «I Paesi vicini potrebbero entrare in gioco. I conflitti tra sciiti e sunniti potrebbero dilagare... in tutto il mondo islamico. Potrebbero avere luogo insurrezioni di matrice sciita - con buone probabilità fomentate dall' Iran - negli Stati a guida sunnita. Conflitti settari di tale portata potrebbero scoperchiare un vaso di Pandora pieno di problemi». Le conseguenze andrebbero ben al di là della vittoria di Al Qaeda sul terreno della propaganda e dell' umiliazione inflitta agli Usa, grande motivo di preoccupazione a Capitol Hill. Nell' ipotesi di una conflagrazione di tale portata, nessun governo mediorientale - con l' eccezione del regime fondamentalista sciita di Teheran - si sentirebbe al sicuro. Ed è proprio per questo motivo che i leader arabi farebbero bene a scongiurare un' uscita di scena degli Usa. Da ultimo, il persuasore dovrebbe proporre rimedi che possano allettare il pubblico-target. Ciò che l' Iraq Study Group ha senz' altro fatto. Fin troppo. Ma occorre scandagliare parola per parola tutte e 79 le raccomandazioni. Prendiamo la già ventilata «offensiva diplomatica per catalizzare il consenso della comunità internazionale finalizzata alla stabilizzazione dell' Iraq e della regione», compresi l' Iran, un tempo membro osteggiato dell' «asse del male» teorizzato da Bush, e la Siria, tutt' altro che amica della superpotenza. «Una nazione può e deve coinvolgere i propri avversari e nemici», asserisce il rapporto (in un passaggio sicuramente siglato dal copresidente James Baker). Di più, deve offrire loro «incentivi e disincentivi». Da notare il secondo sostantivo. Baker non sta chiedendo all' America di andare a fare la questua a Damasco e Teheran. Piuttosto, come ha spiegato agli organi di stampa settimana scorsa, di «scalzare i siriani» facendo appello alla solidarietà dei sunniti, e di isolare il regime iraniano mettendone a nudo l' «atteggiamento intransigente». In altre parole, riunire in una stanza tutti i leader dei Paesi vicini dell' Iraq e giocare a «indovina lo sciita». Leggiamo attentamente, ora, il capitolo sul ritiro delle truppe. «Entro il primo trimestre 2008 - spiega il rapporto -, tutte le brigate da combattimento non più necessarie ai fini della capacità di protezione potrebbero completare il ritiro dall' Iraq». Queste parole sono state quasi unanimemente interpretate come il primo passo verso l' uscita di scena. Si parla di «ritiro dall' Iraq», giusto? Sbagliato. Analizziamo più da vicino qualche altra raccomandazione formulata dal rapporto. Lo staff militare Usa embedded con i battaglioni e le brigate dell' esercito iracheno dovrebbe passare dalle attuali 3 o 4 mila unità a 10-20 mila. Le unità americane deputate all' addestramento delle forze di polizia dovrebbero essere incrementate. Il dipartimento della giustizia Usa dovrebbe guidare il ciclo di riforme organizzative per quanto riguarda il ministero dell' Interno. Occorre ingaggiare un senior advisor per la ricostruzione economica del Paese. Il dipartimento di Stato dovrebbe addestrare personale deputato alle mansioni civili nel quadro del complesso intervento di stabilizzazione, e istituire un Foreign Service Reserve Corps, un ulteriore corpo diplomatico. Vi pare un «ritiro», questo? A me sembra più l' intenzione di rimanere. Solo per stavolta, non roviniamo tutto. I media si sono concentrati sull' eventualità di una riduzione delle truppe Usa in termini quantitativi - che è in ogni caso vincolata all' assenza di «sviluppi imprevisti a livello di sicurezza sul terreno» - non cogliendo l' implicito auspicio di un miglioramento qualitativo. Chapeau, dunque, a Baker e a tutto il suo team. Si rivela, la loro, una classica mossa persuasiva. Il pubblico-target è stato ben scelto. Il peggiore scenario prospettato è apparentemente plausibile. E le raccomandazioni sono formulate con tanta oculatezza da auspicare apparentemente il ritiro, quando in realtà ciò che si chiede è un potenziamento dell' impegno militare. Non è certo l' exit strategy che volevano gli americani. Ma, forse, potrebbe scongiurare l' eventualità di un Armageddon in Medio Oriente.
dal Corriere della Sera del 23 ottobre
L'autore è lo storico Niall Ferguson.
Pensavamo che 300 milioni di americani bastassero a dominare il mondo o per lo meno un paio di Stati in difficoltà, come l'Iraq, che conta 27 milioni di abitanti, e l'Afghanistan che ne ha 31 milioni. Eppure, nella stessa settimana in cui gli Stati Uniti superavano ufficialmente il traguardo dei 300 milioni, abbiamo ascoltato due sorprendenti ammissioni.
Ammissioni che testimoniano la portata della crisi che oggi minaccia il predominio dell'America. La prima è giunta mercoledì dal presidente Bush in persona. Davanti ai giornalisti che chiedevano se la situazione in Iraq fosse paragonabile a quella del Vietnam all'epoca dell'offensiva del Tet nel 1968 — un avvenimento che fu percepito dall'opinione pubblica (sebbene a torto) come l'inizio della fine per la difesa americana del Vietnam del Sud — il presidente ha ammesso che il confronto «potrebbe essere corretto».
Proprio il giorno dopo, il portavoce del comando militare statunitense in Iraq ha confessato che gli ultimi sforzi dell'esercito per ostacolare l'intensificarsi della guerra civile nell'Iraq centrale «non hanno soddisfatto le nostre aspettative di ridurre il livello della violenza». In altre parole, «abbiamo completamente fallito». Un anno fa simili ammissioni sarebbero apparse in caratteri cubitali su tutti i giornali. Oggi la gente si limita a stringersi nelle spalle: che l'Iraq sia diventato il nuovo «pantano» dell'America è ormai opinione comune.
Ma perché le cose stanno così? Meno di un secolo fa, prima della Grande guerra, la Gran Bretagna contava 46 milioni di abitanti, appena il 2,5 per cento dell'umanità. Eppure gli inglesi furono in grado di governare un vasto impero che abbracciava oltre 375 milioni di uomini, un quinto della popolazione del pianeta. Perché oggi 300 milioni di americani non riescono a controllare meno di 30 milioni di iracheni?
Tre anni fa, quando gli Stati Uniti hanno invaso l'Iraq, ho scritto un libro intitolato Colossus, che offriva un pronostico riassunto nel sottotitolo:
Ascesa e declino dell'America. La mia tesi era che gli Stati Uniti non sarebbero stati una potenza imperiale duratura come quella inglese per tre motivi: il deficit del bilancio, il deficit di attenzione e, forse la cosa che più sorprende, il deficit del personale. Con qualche stoccata crudele, paragonavo l'impero americano a uno «stratega in pantofole... che compra a credito, si rifiuta di andare al fronte ed è pronto a perdere ogni interesse per le imprese difficoltose che vanno per le lunghe».
Con tristezza, osservo che la situazione in Iraq ha convalidato la mia analisi. Nessun Piano Marshall per il Medio Oriente si è materializzato per rimettere in piedi l'economia irachena. E il sostegno interno per la guerra si è dimostrato effimero. Mancanza di fondi. Sostegno traballante. Questi problemi non erano difficili da prevedere, dato che hanno caratterizzato anche le precedenti incursioni statunitensi in territorio straniero (l'occupazione post-bellica della Germania Ovest e del Giappone resta l'unica eccezione che conferma la regola). Il deficit del personale, tuttavia, resta un enigma.
Chi sa spiegarmi perché il terzo Paese al mondo per numero di abitanti dispone di così pochi militari nel teatro di guerra? La risposta ovvia è che, per rapporto all'entità della popolazione americana e alle disponibilità finanziarie illimitate del Pentagono, l'esercito americano appare ben poca cosa. Nel 2004 il numero complessivo del personale del Dipartimento della Difesa in servizio attivo era di 1.427.000 persone, di molto inferiore ai 2 milioni di detenuti nelle carceri nazionali. Di coloro che prestavano servizio attivo, appena un quinto era stazionato all'estero, e di questi solo 171 mila in Iraq. Il che equivale allo 0,06 per cento della popolazione complessiva degli Stati Uniti.
I militari attualmente in Iraq sono meno di 140 mila. E tanti furono, all'incirca, i soldati che gli inglesi spedirono in quella regione nel 1920 per sedare una rivolta, in un'epoca in cui la popolazione dell'Iraq era un decimo di quella attuale.
Il basso livello di partecipazione militare negli Usa è un po' una tradizione nazionale. Cento anni fa, le forze armate corrispondevano all'1,6 per cento della popolazione francese, all'1,1 per cento di quella tedesca e allo 0,9 per cento di quella inglese, ma solo allo 0,1 per cento della popolazione americana. La differenza è che oggi gli Stati Uniti stanno cercando di svolgere il ruolo delle potenze europee di allora, ma a questo impero, per dirla schiettamente, manca un numero adeguato di legioni.
Ad aggravare la situazione, il Dipartimento della Difesa è guidato dal 2001 da un uomo che crede fermamente che meno equivale a più. È stato Donald Rumsfeld, come sappiamo oggi, a respingere ripetutamente i suggerimenti degli esperti che raccomandavano invece il dispiegamento di diverse centinaia di migliaia di truppe per assicurare la stabilità in Iraq alla fine della guerra. È stato lui a voler ridurre gli effettivi, proprio nel momento in cui la massima sicurezza sarebbe stata garantita da un numero consistente di truppe.
Nel 2003, ho sostenuto che era possibile correggere questo errore se la leadership dell'America avesse studiato la storia. Adesso mi rendo conto di aver peccato d'ingenuità. Perché la politica sull'Iraq non si è mai basata su una valutazione razionale delle effettive necessità di quel Paese. La preoccupazione principale di Rumsfeld pare sia stata invece quella di vincere la guerra interna di Washington tra il Dipartimento della Difesa, i capi di stato maggiore e il Dipartimento di Stato, proprio come il compito precipuo del vice presidente Dick Cheney era quello di soddisfare la «base» repubblicana, con grossi tagli fiscali e vittorie a buon mercato.
Negli anni Venti, lo storico tedesco Eckart Kehr sosteneva che la politica estera del Kaiser era subordinata al «primato della politica interna», vale a dire che tutte le decisioni su diplomazia e strategia erano condizionate da macchinazioni politiche assai miopi, del tipo: se una forte marina militare poteva soddisfare le richieste della lobby industriale, se tariffe più elevate potevano accontentare i grandi proprietari terrieri prussiani.
Sono arrivato alla conclusione che la politica estera americana è afflitta dalla medesima patologia. Il primato della politica interna — sotto forma di lotta interna negli apparati burocratici e di manipolazione dell'elettorato — spiega perché l'impresa irachena sia stata, sin dall'inizio, condannata a un dispiegamento insufficiente di personale militare.
Il deficit di personale tuttavia non riguarda solo la politica. «Adesso siamo un impero — un collaboratore presidenziale aveva dichiarato al giornalista Ron Suskind in un momento di entusiasmo nel 2004 — e quando passiamo all'azione, sappiamo creare la nostra realtà». Ma forse la realtà è che gli Stati Uniti sono demograficamente incapaci di agire come un impero tradizionale. Dopo tutto, l'impero corrisponde a un'esportazione di gente, pionieri e coloni. Gli Stati Uniti, invece, sono importatori di persone, con quasi un milione e mezzo di nuovi arrivi ogni anno.
Nel mio libro Colossus suggerivo che l'Unione Europea era un nuovo tipo di entità politica, un impero che si espandeva per consenso e non per coercizione. Ora capisco quello che non vedevo allora: che dietro la facciata di potenza militare, anche gli Stati Uniti si espandono tramite l'importazione, e non l'esportazione, di persone.
L'era dell'imperialismo corrisponde a un periodo in cui la popolazione europea cresceva così rapidamente da tracimare al di là degli oceani, conquistando e colonizzando ovunque sbarcavano gli emigranti. In nessun luogo al mondo quel processo ebbe risultati più spettacolari come nel continente nord americano. Oggi il flusso di migranti verso gli Stati Uniti continua ancora e corrisponde circa alla metà della crescita complessiva della popolazione, ma proviene in prevalenza dall'Asia e dal Sud America, non dall'Europa. Nel frattempo quelle aree del mondo, che gli europei avevano colonizzato in passato, stanno a loro volta colonizzando l'Europa.
Forse, allora, l'invasione dell'Iraq è stata un anacronismo, un ritorno a un'era in cui gli imperi europei e i loro discendenti, fondati dai colonizzatori, come gli Stati Uniti, potevano effettivamente dominare il resto del mondo. Nel 2050, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, i dieci Paesi più popolosi al mondo saranno asiatici o africani, con solo due eccezioni: il Messico e gli Stati Uniti. Ma attenzione: secondo l'Ufficio del Censimento, una buona quarta parte della popolazione statunitense sarà di origine sudamericana e solo un abitante su due sarà un bianco di estrazione non ispanica.
Mi si chiede spesso perché il sottotitolo del mio nuovo libro è: Il declino dell'Occidente. Chissà!
Incredibile ma vero !
Il pg contro la libertà della Balzerani
ROMA — Barbara Balzerani deve tornare in carcere, non aveva diritto alla libertà condizionale. Dieci pagine durissime, piene di rilievi giuridici e di osservazioni critiche sul contenuto del provvedimento: il sostituto procuratore generale Gianni Malerba ha impugnato davanti alla Cassazione l'ordinanza del Tribunale di sorveglianza che aveva suscitato un mare di polemiche. «Non si rinvengono, nella sua condotta, comportamenti sintomatici di ravvedimento, al di là del mero e forse opportunistico abbandono della posizione di "irriducibile"», ha osservato il magistrato nel passaggio principale del ricorso alla Suprema Corte contro la decisione favorevole all'ex terrorista delle Brigate Rosse. C'è stato un «errato, superficiale e tautologico riconoscimento dei requisiti per la concessione del beneficio».
Nell'elencare puntigliosamente le sue accuse alle motivazioni del Tribunale di sorveglianza, il pg ha ricordato inizialmente come la Balzerani abbia riportato sei condanne all'ergastolo e ulteriori 93 anni e 8 mesi di reclusione. Che ha fatto parte del «comitato esecutivo» delle vecchie Br sin dal 1980, «diventando dal 1981, con l'arresto di Mario Moretti e sino al 1985, anno della sua cattura, la militante di anzianità maggiore ancora in libertà». Malerba ha inoltre messo in evidenza come, «a fronte di tale curriculum criminale», la Balzerani abbia espiato solo 21 anni e 9 giorni di «effettiva detenzione» e che «l'istanza, pur indubbiamente ammissibile, è stata proposta a soli nove giorni dal raggiungimento del limite minimo per l'accesso al beneficio».
Nel ricorso alla Cassazione il magistrato si è soffermato sul fatto che «i contatti con i familiari delle vittime (peraltro circoscritti a quelli del generale Dozier, del giudice D'Urso e ai congiunti dei professori Tarantelli e Bachelet) sono stati avviati mediante lettere raccomandate redatte e inviate dal legale della Balzerani e hanno avuto inizio nel maggio 2006, alla vigilia della presentazione dell'istanza di liberazione condizionale, datata 28 giugno. Alcuna iniziativa è stata avviata nei confronti delle numerose meno note vittime», ha aggiunto il pg, ribadendo come «tutte le persone interpellate, comprese Agnese e Giovanni Moro (ed a eccezione di Maria Fida Moro), si sono dichiarate non disposte al perdono». Secondo Malerba, «la condotta tenuta dalla Balzerani nei riguardi dei familiari non soltanto conferma l'assenza di un reale ravvedimento, ma si rivela strumentale e opportunisticamente finalizzata» all'ottenimento della libertà condizionata. «Non ha spiegato la Balzerani e non spiega il Tribunale — che acriticamente accetta tale giustificazione — perché mai il desiderio di porre fine al possibile equivoco circa la sua condotta apparentemente arrogante si sia manifestato solamente nei confronti delle vittime più "importanti" e, tanto meno, la Balzerani e il Tribunale forniscono spiegazioni di una iniziativa assunta (singolare coincidenza?) appena un mese prima delle presentazione della domanda». E' scettico, dunque, Malerba, sul «reale ravvedimento» della ex brigatista. E chiude amaramente, constatando come sia «inaccettabile, almeno per chi scrive, che una manifestazione di tangibile insensibilità per la memoria di quanti ebbero a perdere la vita per lo Stato, provenga da un Tribunale dello Stato ad esclusivo beneficio di chi lo Stato tentò di abbattere».
dal Corriere della Sera di oggi
di Pietro Ichino, dal Corsera del 19 dicembre
Dove agli utenti dei servizi pubblici non può essere data la scelta tra fornitori diversi, cioè non si può introdurre un meccanismo di mercato, occorre dare loro almeno la possibilità di controllo e di denuncia delle inefficienze. Se le associazioni degli utenti, i giornalisti specializzati, i centri di ricerca, disponessero dei dati necessari, essi sarebbero capaci di controllare l' efficienza delle strutture pubbliche persino meglio di quanto ne siano capaci le strutture stesse. Questa capacità costituisce una risorsa preziosa, che potrebbe essere utilizzata a costo zero: basterebbe imporre il principio della totale accessibilità dei dati. Questo potrebbe avere un impatto positivo persino superiore rispetto all' istituzione degli organi interni indipendenti di valutazione, che pure sono indispensabili. Immaginiamo, per esempio, che in una grande città - come Milano o Napoli - fosse garantita la totale disponibilità al pubblico dei dati analitici sul funzionamento del servizio di vigilanza urbana: dalle retribuzioni agli orari di lavoro, alle mansioni effettive, alle assenze e relativi motivi; e poi: quanti si occupano del commercio, quanti del traffico, quante contravvenzioni fatte da ciascuno, quante e quali sanzioni disciplinari irrogate, per quali mancanze, e così via. Immaginiamo poi che - come accade in Paesi più civili del nostro - si applichi la prassi della public review, cioè che una volta all' anno l' organo di controllo comunale sia tenuto a confrontare in un dibattito pubblico le proprie valutazioni con quelle espresse dagli osservatori qualificati di cui si è detto sopra. Solo allora, probabilmente, si incomincerebbe a scoprire e a misurare con precisione quanto l' impegno di alcuni vigili sia maggiore dell' impegno di altri, se promozioni, aumenti salariali e sanzioni siano o no in rapporto con il merito effettivo, quanto manchino i vigili in periferia e di notte, quale gap di qualità e costi ci separi dalle altre grandi città europee, quale sia il tasso di soddisfazione della cittadinanza per il servizio; e tanti altri dati importanti ancora. Oggi i nostri ricercatori possono accedere a tutti i dati relativi alle amministrazioni della California o della Svezia, ma non a quelli relativi alle amministrazioni italiane, che si tratti della vigilanza urbana o della giustizia, di personale sanitario o di professori. Da noi vige di fatto il principio esattamente contrario a quello della trasparenza; la prassi (giuridicamente infondata) è quella del segreto. Questo viene sovente giustificato con la protezione della privacy degli addetti al servizio; ma il principio della privacy - cioè della protezione della vita privata delle persone - qui non c' entra per nulla: il riserbo con cui si occultano i dati analitici sul funzionamento delle nostre amministrazioni risponde semmai all' antico principio di inaccessibilità degli arcana imperii, che da sempre protegge i poteri autoritari, i sovrani assoluti. Oggi da noi esso protegge le posizioni di rendita diffusamente annidate nei meandri del pubblico impiego, a cominciare da quelle dei dirigenti negligenti o inetti. Trasparenza e pieno coinvolgimento della cittadinanza nel controllo sono i cardini del progetto di legge che è stato presentato al governo e ai sindacati la settimana scorsa e ieri in Parlamento da deputati e senatori di maggioranza e di opposizione (lo si può leggere nei siti corriere.it e www.lavoce.info). È auspicabile che il suo iter di approvazione, nonostante le prevedibili resistenze dei sindacati del settore, sia facile e rapido: dell' attività dell' impiegato pubblico, del civil servant, in un regime veramente democratico, deve potersi conoscere tutto.