Studi Strategici ed Intelligence... for dummies
Confesso che non so più come presentare i rapporti del prolifico Anthony Cordesman. Oramai ho già adoperato tutti gli aggettivi: interessante, notevole, istruttivo...
Mi limito a linkarlo ma a chi fosse interessato all'argomento consiglio davvero di leggerlo: "Iran's Nuclear Weapons Program: a Work in Progress?".
In occasione delle mie importantissime trasferte negli iunaitidsteitsofammmerica ho avuto modo di apprezzare la Fora.tv.
Non ho capito una cippa di cosa sia... fatto sta che è piena di interessantissime conferenze sugli argomenti da noi tanto amati.
Poco tempo fa vi avevo segnalato un intervento di Loch Johnson, adesso invece allego un video di Thomas Fingar, attuale vice-direttore dell'Intelligence Nazionale USA addetto all'analisi.
In questo briefing il DDNI/A discute soprattutto di riforma dell'Intelligence americana, di OSINT, di metodologie analitiche e del National Intelligence Estimate riguardante il programma nucleare iraniano.
PS vi avverto che i primi due minuti di presentazione sono interamente dedicati al suo poderoso curriculum....
Il Corriere della Sera di oggi ha pubblicato un paio di articoli di Guido Olimpio sul programma nucleare iraniano: "Iran, i segreti della nuova bomba" e "Tra Russia e Siria si nasconde Teheran".
Vi segnalo che è uscito il numero di Novembre - Dicembre.
Ad occhio e croce fra una settimana/dieci giorni dovrebbe essere reperibile nelle nostre (poche) edicole.
Nel frattempo potete dilettarvi con qualche saggio free online. In particolare questo di Rubin e Rashid sulla difficile situazione in Pakistan ed Afghanistan e questo di Ganji sugli assetti di potere all'interno dell'Iran.
Il prolifico Cordesman ha aggiornato il suo report sulle capacità iraniane: "Iranian Weapons of Mass Destruction".
Su ordine del Sommo vi segnalo questo strategic assessment sulla questione iraniana: "The US, Israle, Arab States and a Nuclear Iran".
L'autore è A. Cordesman.
Riflessione personale: attenzione, è un malloppone per patiti di studi strategici...
Questa, invece, è una conferenza svoltasi al Senato un paio di giorni fa.
Per la precisione le capacità navali, soprattutto di tipo asimettrico.
Questo studio di Fariborz Haghshenass - "Iran's Asymmetric Naval Warfare" - come affermato nell'executive summary "(...) sheds light on Iran’s naval intentions and capabilities by exploring the military geography of the Persian Gulf and Caspian regions, reviewing the historical evolution of Iran’s approach to asymmetric warfare, assessing its naval forces, and evaluating its plans for a possible war with the United States."
"Mullah, Money and Militias" di Barbara Slavin. Uno Special Report dell'United States Institute of Peace.
PS Diego, te lo consiglio se già non lo conosci...
...nel sistema petrolifero mondiale.
Un saggio di Simon Henderson, del Washington Institute for Near East Policy: "Energy in Danger: Iran, Oil and the West".
Passando da una crisi all'altra, questo è un paper dell'EU Institute for Security Studies sul processo decisionale iraniano: "E pluribus unum: decision-makers and decision-making in Iran".
N.B.: nel paper si cita un interessantissimo libro di Shahran Cubin sulla corsa iraniana al nucleare. Lo consiglio vivamente: "Iran's Nuclear Ambitions".
... al programma nucleare iraniano esaminate in un report dell'ISIS.
Qui un articolo del Washington Post.
di Giandomenico Picco, pubblicato su La Stampa di oggi
"Sabato 19 luglio a Ginevra un alto rappresentante americano s’è seduto al tavolo negoziale con gli altri membri permanenti del Consiglio di sicurezza e la Germania davanti al negoziatore della Repubblica islamica d’Iran. Per molti l’incontro non ha prodotto alcun risultato. Gli incontri tra Washington e Teheran sono molto rari. Certo ci sono dei precedenti: Usa e Iran hanno negoziato direttamente già a Baghdad lo scorso anno, senza concludere praticamente nulla; avevano invece dialogato in modo assai efficace nel dicembre 2001 a Bonn, dov’era nato l’Afghanistan post talebano. Fu l’intesa tra Iran e Stati Uniti che aprì un nuovo capitolo nella storia di quel martoriato paese. Lo stesso 19 luglio il capo di Stato maggiore Usa, ammiraglio Mike Mullen, dichiarava che un attacco all’Iran potrebbe avere conseguenze imprevedibili per la regione. Aggiungendo: «Sto combattendo già due guerre, non ho bisogno di una terza». Solo pochi giorni prima il segretario di stato Rice aveva avanzato l’ipotesi di una presenza diplomatica Usa a Teheran, a 28 anni dall’assalto all’ambasciata americana e la successiva, prolungata, detenzione di ostaggi.
È utile porre il 19 luglio nel contesto degli avvenimenti recenti avvenuti nella regione del Golfo. Negli ultimi mesi Siria e Israele hanno cominciato a negoziare in modo indiretto grazie ai buoni uffici della Turchia; le varie fazioni libanesi - con la mediazione del Qatar - hanno raggiunto un accordo e reso possibile l’elezione del presidente e la formazione d’un governo di unità nazionale; Israele e Hamas sono giunti a un cessate il fuoco di fatto con la mediazione dell’Egitto. E ancora Israele ed Hezbollah hanno raggiunto un accordo sullo scambio di prigionieri con il contributo della Germania e dell’Onu; lo Yemen ha operato per la riconciliazione tra le due principali fazioni palestinesi, Hamas e il governo del presidente Abbas. Inoltre, con un gesto che ha rotto l’isolamento occidentale attorno alla Siria, il presidente Assad è stato invitato a Parigi a metà luglio e, per la prima volta dall’indipendenza del Libano nel 1943, Damasco ha annunciato che aprirà un’ambasciata a Beirut.
Il fiorire di tutte queste iniziative è significativo non solo per la stretta contemporaneità, ma anche per il ruolo giocato dai paesi dell’area nei negoziati. In ognuna di queste trattative si fronteggiavano due schieramenti ben definiti: Iran, Siria, Hezbollah e Hamas da un lato, Arabia saudita, Egitto, Israele, gruppi libanesi filo occidentali dall’altro. Questa ondata di attività diplomatiche ha anche prodotto una vasta fluidità politica in tutta la regione. Il ruolo americano in Iraq è entrato in una nuova fase, ben visibile sul terreno, dove la conflittualità interna è assai diminuita. Mentre nel negoziato nucleare nulla è ancora emerso che indichi un cambio sostanziale delle rispettive posizioni, la presenza Usa a Ginevra non va sottovalutata. Contemporaneamente il negoziato con l’Occidente è oggetto di dibattito interno in Iran. Solo poche settimane fa Velayati, già ministro degli Esteri e oggi consigliere per la politica estera del leader supremo, dichiarava alla stampa conservatrice locale che era opportuno negoziare sul contenzioso nucleare e su altri argomenti anche se ciò non significa accettare le proposte di altri. Dopo il 19 luglio anche il presidente iraniano ha usato espressioni benevole sulla presenza americana in quella sala.
Il rapporto tra Stati uniti e Nord Corea, inesistente solo pochi anni fa, si è poi sviluppato soprattutto attraverso il negoziato nucleare. Ma l’Iran non è la Corea del Nord. Al suo ruolo politico-ideologico nell’intero scacchiere che va dall’Afghanistan al Libano, alla sua importanza come principale produttore petrolifero e alla collocazione strategica alle bocche dello stretto di Hormuz, Teheran aggiunge oggi il peso della sua tecnologia in campo atomico. Ma l’aspetto più importante della riunione di Ginevra è che Usa e Iran si siano seduti allo stesso tavolo in posizione di parità. L’Iran ha guadagnato una buona percentuale di quello che cercava da anni. I dirigenti iraniani sanno che adesso tocca a loro rispondere all’apertura di Washington. Ma per fare questo non possono aspettare la prossima amministrazione americana. Il tempo utile scade, al massimo, con le elezioni Usa del 4 novembre. Nell’interregno tra le elezioni e la assunzione della carica da parte del nuovo presidente il 20 gennaio 2009, chi pensa a un’opzione militare potrebbe avere meno remore: una simile mossa prima del 4 novembre al contrario avrebbe un impatto diretto sul risultato elettorale. Le diverse forze politiche della regione si sono forse convinte, come dice il giornalista libanese Rahmi Khouri, che è impossibile la vittoria totale d’una fazione sull’altra. Nessuno ha completamente perso né chiaramente vinto. Dopo il 19 luglio il peso sulle spalle di Teheran è ancora maggiore."
Uno studio dell'Institute for National Security Studies di Tel Aviv.
Piccola riflessione personale: chissà quando riusciremo ad avere in Italia un istituto del genere...
Un breve articolo appena pubblicato sull'Economist
Who runs it?
Jul 24th 2008
From The Economist print edition
WHAT does Ayatollah Ali Khamenei, Iran’s supreme leader, really think of Mahmoud Ahmadinejad, his bellicose, populist president? After Mr Ahmadinejad was elected in 2005, to the surprise of almost all the pundits, it was widely assumed he would be a meek figurehead. Yet he has been given much leeway, and his reckless economic and risky foreign policies have dragged Iran into a state of near-constant crisis. But even Iranians close to the government find it hard to tell whether the president is the supreme leader’s trusted lieutenant or whether he is an out-of-control maverick with grander ambitions that may be giving Mr Khamenei sleepless nights.
In terms of constitutional authority, the ascetic Mr Khamenei is plainly the most powerful man in the Islamic Republic; no big decision can be taken without his consent. Some Western experts think he is more powerful now than at any time in his 19 years as leader. The most influential institutions in Iran’s elaborate power-structure, including the Revolutionary Guards, the Guardian Council, the presidency and parliament, are all still run by direct appointees of the supreme leader or by people unfailingly obsequious to him.
Yet Mr Khamenei wields his power lightly, to the extent that he often seems aloof. He is thought not to have left Iran since 1989. He rarely meets journalists or visiting Western officials. Whether intentionally or not, he has been overshadowed by Iran’s presidents, even before Mr Ahmadinejad. The reform-minded Muhammad Khatami, who presided from 1997-2005, upstaged him from the left with hopeful calls for a “dialogue of civilisations”, while Mr Ahmadinejad seems to outflank him from the right with diatribes against Israel and denials of the Holocaust. Moreover, Mr Ahmadinejad gives the impression across the world that he is Iran’s main man. For instance, the Republican presidential candidate, John McCain, has argued that Mr Ahmadinejad, not Mr Khamenei, has ultimate authority in Iran.
But Mr Ahmadinejad may have overreached himself. Last month, weeks after he publicly threatened to expose officials involved in corruption, one of his ideological allies, a former staff member of Iran’s parliament called Abbas Palizdar, said that dozens of top clerical leaders, including several close to Mr Khamenei, had used their connections to swindle hundreds of millions of dollars from the state and even to kill their opponents.
Iranians have long accepted that the leading clergy have deep pockets, but it is rare for insiders such as Mr Palizdar to name names. Some Western experts on Iran, such as Gary Sick, of Columbia University in New York, who served in the National Security Council under Presidents Ford, Carter and Reagan, interpreted it as an extraordinary display of ambition by Mr Ahmadinejad. “At a minimum, [he] is carrying out a direct challenge to Khamenei and the old-guard leadership,” he wrote. “At a maximum, [it is] a slow-motion coup in which he gradually accumulates more and more power to himself and to the presidency.”
But before Mr Palizdar’s allegations could gather momentum, he and several of his friends were arrested on charges of “propagating lies” and “confusing public opinion”. When it became clear that Mr Khamenei was incensed by this public display of alleged dirty laundry, Mr Ahmadinejad and his allies quickly dumped Mr Palizdar, calling him a “corrupt impostor”.
A counter-attack against Mr Ahmadinejad then continued. An influential former foreign minister and confidant of Mr Khamenei, Ali Akbar Velayati, called the president’s policies “illogical” and took the unusual step of writing an editorial in a French newspaper, Libération, reportedly with Mr Khamenei’s blessing, to state explicitly that the supreme leader was Iran’s ultimate decision-maker. The usually combative Mr Ahmadinejad stayed silent. According to a former senior Iranian official who is related to Mr Khamenei and occasionally meets him: “If the leader were to withdraw his support, Ahmadinejad’s political future would be finished…He is scared of [Khamenei], like a dog”.
But just as Mr Ahmadinejad seemed to have fallen out of favour with the leader, Mr Khamenei came to his defence. “The responsible party for advancing the nuclear issue is the Supreme National Security Council headed by the honourable president,” he declared. “What is said by the president and authorities is shared by all authorities of the country…” Mr Khamenei may feel obliged to display national unity, especially on nuclear issues. He may also like to let the occasional hostile feelings of ordinary Iranians for the government be deflected towards the president.
So it is unclear how the two top men really feel about each other—or whether, for instance, Mr Khamenei will back Mr Ahmadinejad next summer if he seeks re-election as president. No matter who wins the presidency, a big shift in Iran’s domestic and foreign policy seems unlikely while the 69-year-old Mr Khamenei remains the supreme leader.
Il commento dello storico israeliano Benny Morris, pubblicato sul Corsera di ieri.
Solo un attacco (riuscito) può fermare la guerra
Quasi certamente Israele sferrerà un attacco contro i siti nucleari iraniani nei prossimi quattro-sette mesi, e i governi di Teheran e Washington dovranno augurarsi ardentemente che l' attacco vada a segno, infliggendo per lo meno gravi ritardi alle scadenze di produzione del programma nucleare iraniano, qualora non dovesse annientarlo completamente. Perché se l' attacco fallisse, il Medio Oriente precipiterebbe quasi sicuramente in una guerra nucleare, o tramite un' azione nucleare preventiva da parte di Israele, oppure uno scontro nucleare non appena l' Iran si sarà dotato della bomba atomica. Non è negli interessi dell' Iran né degli Stati Uniti (né certamente del resto del mondo) che l' Iran venga devastato da un attacco nucleare, né che Iran e Israele siano condannati a un così tragico destino. Risultato sicuro di un simile scenario sarebbe la destabilizzazione traumatica del Medio Oriente, con gravissime ripercussioni politiche e militari in tutto il globo, senza contare i danni ingentissimi ai rifornimenti di greggio dell' Occidente e l' inquinamento radioattivo dell' atmosfera terrestre, nonché di mari e fiumi. Ma se l' attacco convenzionale di Israele non dovesse riuscire ad annientare o ritardare significativamente il programma iraniano - che tutte le agenzie di intelligence del mondo, nonostante le tante menzogne e i depistaggi del governo iraniano, considerano effettivamente mirato alla produzione di armi nucleari e non a pacifiche applicazioni dell' energia nucleare - allora nel giro di brevissimo tempo il conflitto israelo-iraniano si intensificherebbe fino a sfociare quasi certamente in una guerra nucleare. Malgrado le voci di nuove sanzioni economiche, tutti sanno che tali provvedimenti finora non hanno portato a nulla e non sembrano destinati a essere implementati con il necessario rigore e raggio d' azione per ostacolare il progetto iraniano, sia per la continua riluttanza di Russia e Cina sia per i tentennamenti dell' Europa occidentale (e dell' America) in quanto a fatti concreti, aldilà delle rassicurazioni verbali. I sistemi di sicurezza occidentali sono convinti che l' Iran raggiungerà il «punto di non ritorno», ovvero la produzione della bomba nucleare, nell' arco dei prossimi uno-quattro anni. E questo lascia al mondo una sola opzione, se intende davvero bloccare la nuclearizzazione dell' Iran, ovvero l' opzione militare, nel senso di un attacco aereo, da parte degli Stati Uniti o di Israele. Ovvio, gli americani hanno la capacità militare convenzionale di portare a termine la missione, che comporterebbe un attacco prolungato dall' aria contro i comandi, le difese aeree e i centri di controllo iraniani, per poi passare ai siti nucleari. Ma in seguito al pasticcio iracheno, e a quello che si sta rapidamente trasformando in un pasticcio afghano, l' opinione pubblica americana è restia all' idea di nuove guerre contro Paesi islamici, e questo impedisce alla Casa Bianca di sferrare un' altra grande campagna militare per raggiungere un obiettivo che non appare, agli occhi di molti, di interesse vitale per gli Stati Uniti. Di conseguenza, resta in ballo solo Israele - il Paese quasi quotidianamente minacciato di imminente distruzione dai leader iraniani - con la sua aviazione, marina e forze speciali. Di qui, la recente fuga di notizie sui piani e preparativi israeliani per un attacco contro l' Iran (che per tutta una serie di motivi sarebbe previsto entro il periodo compreso tra il 5 novembre 2008 e il 19 gennaio 2009). Il guaio è che le capacità militari israeliane sono infinitamente inferiori a quelle americane e date le distanze, il gran numero e l' ubicazione dei siti iraniani, senza contare i siti sotterranei e le informazioni ancora incomplete raccolte dall' intelligence, sembra improbabile che le forze israeliane - anche ammesso che possano usufruire dello spazio aereo giordano e iracheno e forse di basi irachene per concessione americana - riusciranno ad annientare completamente o a ritardare il progetto nucleare iraniano. Ma Israele, ben consapevole che la sua stessa esistenza è in gioco - e questa è la sensazione diffusa tra la cittadinanza e condivisa dai leader del Paese - non si tirerà affatto indietro e farà ricorso alle sue capacità convenzionali. I leader israeliani, dal premier Ehud Olmert in giù, hanno tutti dichiarato esplicitamente che la bomba iraniana significa la distruzione di Israele e pertanto all' Iran verrà impedito con tutti i mezzi di dotarsi di armi nucleari. Esiste una possibilità che l' attacco convenzionale israeliano, qualunque sia la probabilità di successo - e nel regime totalitario degli ayatollah non sarà subito chiara la portata dei danni causati - convinca gli iraniani a interrompere il programma nucleare, oppure solleciti le potenze occidentali a fare maggiori pressioni diplomatiche ed economiche sull' Iran, se non a intervenire addirittura militarmente. Lo scenario più probabile invece è che la comunità internazionale continuerà a evitare di adottare misure davvero efficaci e che l' Iran finirà anzi per accelerare i suoi sforzi per la produzione dell' atomica destinata ad annientare Israele. Quasi certamente gli iraniani risponderanno attaccando le città israeliane con missili balistici, aizzando i loro sostenitori sul posto, Hezbollah e Hamas, a puntare i loro arsenali contro il Nord e il Sud di Israele, attivando inoltre le reti terroristiche musulmane in tutto il mondo per colpire bersagli israeliani ed ebraici (nonché americani), come velivoli, edifici e ambasciate, costringendo così i leader israeliani a una scelta drammatica: consentire all' Iran di fabbricare la bomba atomica e sperare in una situazione di stallo nucleare, con la prospettiva di distruzione reciproca assicurata che potrebbe dissuadere gli iraniani dal servirsi dell' arma nucleare; oppure sfruttare il contrattacco iraniano, che potrebbe lanciare testate chimiche o biologiche, per giustificare una mossa preventiva, con gli unici mezzi di cui dispone Israele per distruggere i siti nucleari iraniani, e cioè attingendo al proprio arsenale nucleare. Considerata però la mentalità fondamentalista dei mullah che governano l' Iran, che non esiterebbero a spingere la popolazione a immolarsi, il deterrente potrebbe anche non funzionare (come funzionò invece con i leader razionali che governavano il Cremlino e la Casa Bianca nei momenti di crisi della Guerra fredda). Certo, i leader israeliani non hanno nessuna certezza dell' efficacia del deterrente. Di qui, la probabile decisione di un attacco nucleare israeliano per impedire all' Iran di dotarsi della bomba atomica o per distruggere i siti nucleari iraniani, una volta accertata la produzione della bomba. Oppure, in assenza di un attacco preventivo israeliano, si può ipotizzare un attacco nucleare da parte dell' Iran contro Israele, sotto la spinta di motivi ideologici o per timore di una mossa preventiva israeliana, che sarebbe seguito, con altrettanta probabilità, da una risposta israeliana (o americana). In un caso o nell' altro, il risultato inevitabile sarebbe l' olocausto nucleare del Medio Oriente. Il governo iraniano farebbe meglio a riflettere sui rischi effettivi e a sospendere il suo programma nucleare. In caso contrario, dovrebbe augurarsi che l' attacco convenzionale israeliano dall' aria contro i siti nucleari raggiunga il bersaglio. Certo, il risultato di un simile attacco sarà migliaia di vittime iraniane e la condanna internazionale. Ma l' alternativa, assai peggiore, sarebbe un Iran ridotto a un deserto nucleare. Alcuni iraniani sono forse convinti che valga la pena rischiare, e pagare un prezzo tanto elevato, se il risultato sarà la distruzione di Israele. Ma c' è da star sicuri che la maggioranza degli iraniani non la pensa affatto così.
Su gentile indicazione di Andrea Gilli vi allego un articolo (non l'ho ancora letto) appena pubblicato su International Security: "Closing Time: Assessing the Iranian Threat to the Strait of Hormuz"
"The Geopolitics of Iran: Holding the Center of a Mountain Fortress" di George Friedman, della Stratfor.
La terza monografia della serie dedicata alle analisi geopolitiche. Qui e qui le due precedenti.